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martedì 4 ottobre 2016

Erbazzocalzonadas [con valori nutrizionali!]


“Una mattina mi son svegliata,
o fame, ciao! fame, ciao! fame, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliata
con la voglia di erbazzon


O Parmigiano, dove sei,
o fame, ciao! fame, ciao! fame, ciao, ciao, ciao!
O Parmigiano, dove sei,
ché mi sento di morir."


E insomma è iniziata così, con una Buccetta che si sveglia vogliosissima di erbazzone, e dopo una concitata battaglia col frigo si arrende all’evidenza: ero convinta di si, convintissima, c’avrei gggiurato, c’avrei scommesso la collezione ciddì, ma in realtà no, il Parmigiano non l’avevo comprato.
Superato il momento di lutto, per quell’erbazzone così a lungo desiderato (un’intera mattinata a pensarci, a immaginarlo, a pregustarlo schioccando la lingua… sei ore lunghe un’eternità) e mai nato, si mette in moto il cricetino: ormai la ricetta tradizionale è andata a farsi friggere, quindi, bellissimi, ultimi fagiolini dell’anno che ve ne state in frigo, è il vostro momento;
A sto punto tanto vale fare delle monoporzioni, così da rimpinguare il freezer e godersi il senso di intima sicurezza che solo scorte alimentari sufficienti per settimane di isolamento dal mondo possono dare;
Il calzone è la monoporzione più semplice, certo. Ma la panadas ha la chiusura così bellina….
Ecco, questa è la storia di questi erbazzocalzonadas.
Buonissimi.
So che sembra un po’ la storia della volpe e l’uva, ma devo dire che hanno anche sedato il mio attacco di erbazzonite acuta.


Per quattro:
Per la sfoglia:
125g farina 0
125g farina integrale
½ cucchiaio di strutto
Un pizzico di sale

Per il ripieno:
1 cipolla piccola
1 cucchiaio d’olio
50g pancetta affumicata tesa (facoltativo. Ma ormai che ho messo lo strutto…)
800 g bietina
500g fagiolini
1 cucchiaino di sale

Preparare la sfoglia: mescolare le due farine con il sale e fare la fontana. Mettere al centro lo strutto e acqua tiepida, gradualmente, impastando prima con una forchetta e poi con le mani, per almeno una decina di minuti, fino a ottenere un impasto morbido ed elastico, ma non appiccicoso. Formare un panetto, avvolgerlo con della pellicola e lasciar riposare.

Il ripieno: scaldare l’olio in una pentola ampia e aggiungere la pancetta tagliata a cubetti piccoli piccoli piiiiiiccoli e la cipolla tritata fine, far stufare per 10’, a fuoco basso e pentola coperta.
Lavare e mondare le bietine, tagliarle a pezzi e aggiungerle alla cipolla. Salare leggermente, mescolare e rimettere il coperchio. Cuocere per una ventina di minuti, col coperchio, a fuoco basso, aggiungendo un goccino d’acqua all’occorrenza,  finchè le verdure saranno morbide (oltre chè notevolmente ridotte di volume).
Lavare i fagiolini, spuntarli e lessarli in acqua leggermente salata per 10’ o finché morbidi. Scolarli e lasciar raffreddare.
Passare al mixer sia i fagiolini che le biete, mescolare il tutto e regolare di sale: habemus ripieno!

Dividere l’impasto per la sfoglia in quattro parti e stendere ognuna in un disco sottile, di circa 30cm di diametro. Dividere il ripieno tra i quattro dischi, distribuendolo su metà cerchio, inumidire i bordi, piegare a mezzaluna e sigillare gli erbacalzonadas pizzicando la pasta. Bucherellare la superficie qua e là.
Cuocere in forno caldo a 200°C fino a doratura. Buoni caldi, buonissimi tiepidi.
Una volta freddi possono essere congelati.


Note:
  • Molto più lunghi da raccontare che da fare: volendo si possono fare anche solo di bietine, io non ho saputo resistere agli ultimi fagiolini (e poi, mi duole ammetterlo, ma traggo un piacere perverso dallo sporcare il maggior numero di vettovaglie per ricetta.)
  • Diventano facilmente vegetariani, e in altre circostanze l’avrei fatto senz’altro, ma io se si parla di panadas, o anche solo di –nadas, non riesco a non mettere lo strutto, ci provo eh, ma non riesco. My bad. 
Valori nutrizionali per porzione:

martedì 13 settembre 2016

Tortini ciccia-free banana e cioccolato [con valori nutrizionali!]


Quella dei dolci nutrizionalmente accettabili, sensi-di-colpa-free, che sono una coccola che ci si può concedere senza troppe paranoie è una sfida che ciclicamente affronto, vuoi perché “eggrazie che un quattro-quarti è buono, vediamo di sforzarci un po’ di più, signorinella” , vuoi perché ciclicamente i jeans preferiti perché belli e comodi diventano belli ma un po’ strettini.
C’è stato il periodo dei tortini alla ricotta, la scoperta della cioccopere vegana di Marco Bianchi (sorprendente) eppoi la folgorazione: le banane!
Le banane che con la loro intrinseca dolcezza e quella consistenza così molliccia e setosa funzionano benissimo come fake-burro. Come posso averle trascurate, proprio io?!
Ho subito tentato un primo esperimento: le potenzialità c’erano tutte, ma qualcosa non andava, li ho cotti un filo troppo, ma forse, a parte aggiustare i tempi di cottura si poteva fare dell’altro. 
E infatti, una saggia amica, che per motivi di privacy chiameremo Miss Giraffa Ninina, mi dà subito due dritte: cioccolato a pezzettoni più grandi e yogurt nell’impasto per migliorare la consistenza. Detto fatto, e son perfetti. A maggior ragione se buttate un occhio alla tabella nutrizionale e la confrontate con quella dei classici muffins al cioccolato.
E quanto sono fotogenici? I meriti non sono certo miei, ma in ordine rigorosamente sparso:
  • di miss Giraffa Ninina e del suo ragazzo, che per motivi di copiright delle foto chiameremo Mr Marco Cargnelutti Il Liutaio, che hanno portato attrezzatura fantascientifica, nininaggine e competenze da fotografi (io in questo campo mi son distinta con un “ah ma quindi Tv non sta per televisione? ah, priorità di tempo….ma pensa!)
  • del Mio Amato, che mette a disposizione le sue tele da disegno per lo sfondo e il suo buon gusto da artista;
  • della mia amica nonché ex coinquilina, la Dolce JuJu, che mi ha cucito un fantatrilione di cerchietti per vestire i barattolini di marmellata, all’occorrenza utilizzabili come sotto-tortino;
  • di GNEB il gatto, che è stato buono e non si è mangiato i tortini prima che venissero immortalati.


Per 12 tortini (o un unico tortettone da stampo per plumcake):
2 banane ben mature
2 uova
125g yogurt bianco
200g farina integrale
60g zucchero di canna muscovado
½ bustina di lievito
150g cioccolato fondente
una manciata di mandorle



Tagliare le banane a fette, metterle nella ciotola del mixer insieme alle uova e allo yogurt e frullare tutto per bene. In una ciotola mescolare insieme la farina, lo zucchero e il lievito setacciato, versare dunque i liquidi e mescolare con una frusta. Aggiungere il cioccolato a pezzettoni (rende molto più che non in scaglie!) e mescolare. Foderare uno stampo da muffin con dei pirottini di carta e riempirli di impasto fino a ¾ , cospargerli con le mandorle grossolanamente tritate e cuocere in forno caldo a 180°C per 15-20’, o finchè sono dorati in superficie e, infilzando uno stecchino in mezzo, ne esce asciutto. Lasciar raffreddare. Scartarne uno, inzupparlo nel latte e prepararsi a un sonoro “macccome è possibile che sia così buono e così sano?!?!”

Valori nutrizionali per tortino:

martedì 30 agosto 2016

Una nuova, potentissima fissa: i waffle [con valori nutrizionali!]


Buccia e la passione per le caccavelle – capitolo 25448
C’è stata la bramosia per lo stendino per pasta fresca (design retrò o design moderno? SEMBRA una decisione da niente), il craving per il rigalimoni di qualche anno fa, l’ossessione perenne per gli stampini per i biscotti (questa è una di quelle brutte, cronica con frequenti riacutizzazioni, come quella volta che dopo aver perlustrato tutti i negozi udinesi sono andata fino a Trieste a caccia di stampi-timbri. Tempi difficili per il mio equilibrio psichico quelli).
Questa è stata la volta della piastra per i waffle. Mille modelli a confronto su amazon: modello rotante vs modello fisso, piastre a cuoricino vs piastre quadrate, “sembra solido ma guarda che brutto” vs “macheccarino questo qui, anche se pare fatto di cartone!”.
Poi un giorno vado alla LIDL per la consueta scorta di yogurt e feta (che oh, son troppo più buoni oltre che più economici) e me la trovo lì, la piastra perfetta. 15€ per 1000w di potenza sforna bontà. Carina e al contempo così cruccamente solida e rassicurante.
Peccato fosse una tipica giornata da fine del mese, quelle degli spiccioli contati per le cose FON-DA-MEN-TA-LI (chè non mi direte che è possibile sopravvivere in estate senza yogurt e feta?) e per il resto je diamo di svuotamento dispensa.
Torno a casa affranta.  Tutta un sigh sob e “figurati se tra una settimana la trovo!
E invece, una settimana dopo eccola lì, ancora più perfetta tra le mie braccia che sullo scaffale, e me ne torno a casa vittoriosa, saltellante, tutto un yuppi ye e “alla facciaccia vostra” .
Si parte subito con un β test, che infatti è pieno di bug, tipo che son troppo mollicci e dio bò ma perché si sente così tanto l’uovo?
Ma la buccia che possiede la piastra è una buccia nuova, non è più la buccia affranta, non è la buccia del sigh sob, è una buccia nuova, determinata, una buccia del “nothing is impossible”, del “just do it”, ma soprattutto una buccia del “make breakfast yummy again”. E la nuova buccia ti rivolta la ricetta come un calzino, scova gli errori (tipo le uova “speciali per pasta” che sanno di uovo2 ), colma i margini di miglioramento (tipo lo zucchero di canna integrale che c’ha un kick che lo zucchero bianco je spiccia casa), perfeziona il procedimento, adatta le dosi ed ecco che avviene la magia: dei waffle profumatissimi, croccantini fuori e morbidi dentro. Aggiungete della frutta fresca, un filo di miele e un po' di yogurt greco e otterrete la definizione di Nirvana secondo il Bucciarelli. 
Tutta questa meraviglia in meno di 10’ del preziosissimo tempo mattutino. 
Esatto signore e signori, solo 7’! Giusto il tempo di cuocerli mentre preparate il caffè tra uno sbadiglio e un grattachiappa mattutino: infatti la ficata magna è proprio questa: l’impasto può essere preparato la sera prima e cotto al mattino (e anche nei 2-3 giorni seguenti). E vi dirò, secondo me col riposino oltre che in praticità guadagna pure in bontà, che la farina si gonfia, il tutto si addensa e i waffle si formano e soprattutto si cuociono meglio.
Buone colazioni :) 


Per 8-10 waffle:
150g farina integrale
25g zucchero muscovado
1 uovo medio
250ml latte fresco intero
25g burro
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 cucchiaino di estratto di vaniglia


In una ciotola mescolare con una frusta la farina, lo zucchero, il sale e il lievito. In un'altra ciotola sbattere l’uovo, quindi aggiungere il latte, il burro fuso tiepido e l’estratto di vaniglia. Unire i due composti e mescolare con la frusta. Lasciar riposare mezz’oretta (o meglio ancora tutta la notte in frigo). Scaldare la piastra per i waffle secondo le istruzioni (il mio personale aggeggio ha una spia rossa mentre è acceso, e quando è a temperatura anche una spia verde), versare l’impasto sulla piastra ben calda, fino a colmare tutti gli spazi tra i quadratini: io mi trovo molto bene versando l’impasto pian piano da una brocca (mo non fatevi strane idee: quella di plastica graduata dell’ikea. L’euro meglio speso EVER) e spalmandolo ulteriormente col dorso di un cucchiaio. Quindi chiudete la piastra e cuocete per 5-7’ a seconda di quanto vi piacciono croccantini (e a seconda della potenza del vostro personale aggeggio, chiaro). Togliete i waffle dalla piastra con una pinza di gomma o comunque senza graffiare la piastra, e servirli con frutta fresca, miele o sciroppi vari e yogurt greco.  È difficile tornare indietro, sappiatelo.

Valori nutrizionali per una porzione (2 waffle): (notare l'equilibrio quasi perfetto)

Note:
  • se ci fate caso, l'impasto è praticamente lo stesso dei pancake, ma sono più buoni, e non credo sia solo effetto placebo da caccavella nuova, ma vengono più crunchy fuori e tenerini dentro 

mercoledì 3 febbraio 2016

La Fainé, classica e ai carciofi


La fainè. Una delizia sassarese che ho scoperto qualche estate fa, quando con la little sistah siamo andate a trovare il big bro a Sassari appunto.
Eravamo giovani, ingenue e piene, troppo piene di aspettative.
Mentre percorrevamo la route 129, coi capelli pettinati dal vento della Barbagia (e di quando in quando dai rutti del suddetto big bro) e gli occhi riempiti dal mutare del paesaggio, entrambe nei nostri teneri cuoricini di pulzelle, facevamo progetti per questi due giorni tutti insieme.

La versione di Buccia: prima di tutto scovare il mercato della città, coglierne le tipicità, mercanteggiare come se non ci fosse un domani, (autoconvincersi di) fare affari d’oro e cucinare un bel pranzetto sfruttando l’aiuto dei consanguinei, come se fossi Gordon Ramsay e loro gli ultimi arrivati. Giro per la città, dove il bro ci mostrerà i punti salienti. Cena in qualche posto carino che offra cucina del luogo, a spese del bro chiaramente. Il giorno successivo gita a Porto Torres, o magari Castelsardo. O Alghero! O Stintino! Ohhhh, sarà bellissimo!

La versione della little sistah: prima di tutto ricordiamoci che a Sassari ci sono gli unici punti vendita Lush e Dechatlon in Sardegna, tanto per dire. Giro per la città, dove il bro ci mostrerà i punti salienti. Cena in qualche posto carino che offra cucina del luogo rigorosamente vegetariana, a spese del bro chiaramente. Ohhhh, sarà bellissimo!

La versione del big Bro, ovvero la triste realtà: per pranzo mangiamo il buonissimo arrosto cucinato dalla nonna, ma freddo di frigo e “ma davvero volete i piatti? Dai, zero cazzi di lavare padella e stoviglie”. Alla richiesta corale del giro per la città ci guarda strabiliato: “ma state scherzando? è l’ora della pennica”. Cena nel ristorante del centro commerciale dietro casa, che “oh, con 10€ mangi e fanno delle bisteccone enormi”. Il giorno dopo, solita richiesta del giro per la città, che la gita ce l’eravamo già messa via, stesso sguardo strabiliato e, mentre inforca cuffie da gaming e si siede sulla sedia rotante, detta anche il trono: “ma state scherzando? è l’ora di Wolrd of Warcraft  DotA!”.
Dopo quest’urto violento con la realtà, io e little sistah ce ne andiamo a spasso da sole (“e prendetevi le chiavi, che non apro mai la porta nel mezzo di una partita”) e, in un piccolo forno abbiamo scoperto le meraviglie della fainè. Così buona, croccantina e morbida allo stesso tempo, calda e rassicurante in questo crudele, realistico mondo.

La fainé originale è condita solo con una macinata di pepe, ma tra le versioni moderne è d’obbligo citare quella con l’antunna, ovvero i funghi pleurotus, e quella con cipolla e salsiccione, ovvero salsiccia fresca (ma una volta che hai scoperto il termine “salsiccione”, quando mai la chiamerai più salsiccia?). Ma vista la stagione e vista la mia smodata passione per i carciofi, non potevo non provarci (con ottimi risultati, modestia a parte).


Per due teglie di 32cm di diametro:
300g farina di ceci
750ml acqua
½ cucchiaino di sale
6 cucchiai d’olio

Pepe nero
1 carciofo

Versare la farina e il sale in una ciotola. Aggiungere l’acqua a filo, mescolando bene con una frusta per evitare che si formino/eliminare i grumi. Coprire e lasciar riposare per almeno 2h.
Versare 3 cucchiai d’olio in una teglia antiaderente[1], coprire uniformemente il fondo aiutandosi con una spatola in silicone.
Eliminare la schiumetta dalla superficie della pastella e dare una rapida mescolata. Versare quindi metà del composto nella teglia e mescolare un po’ con la spatola di silicone, in modo da portare parte dell’ olio in superficie. 
Per la versione basic: macinare un po’ di pepe sulla superficie

Per la versione ai carciofi: mondare un carciofo, eliminando le foglie esterne più dure e pelando il fondo, tagliarlo a meta, eliminare le barbine interne e tuffare le due metà in acqua e limone. Scolare e affettare finemenete il carciofo. Distribuire le fettine sulla fainé affondandole delicatamente con le dita, in modo che siano velate di pastella.
Cuocere in forno preriscaldato a 250°C per 20’ circa, finche la fainé sarà dorata.







[1] Il top del sogno sarebbe una teglia in ferro usata solo per questo scopo e mai lavata, ma oh, ognuno ha i suoi difetti (e soprattutto una dispensa sempre troppo piccola)

lunedì 9 febbraio 2015

Gnocchi farlocchi al basilico [con valori nutrizionali!]


Era più di qualche giorno che mi portavo dietro questo fardello, come una scimmia su una spalla, una tentazione fortissima, un vorrei ma non posso.
Insomma, per dirlo fuori dai denti, ero in craving per gli gnocchi.
Un delirio durato giorni con abbondanti dialoghi interiori (o forse anche esteriori, ma per questo dovreste contattare la mia coinquilina, io non so dirvi) tra una Buccia golosa e una Buccia crudele e sboccata:
mmmmhhhhh un bel piatto di gnocchi…
ma davvero? E quando li fai? Vuoi davvero smerdeggiare tutta la cucina per fare cosa, una o massimo due porzioni di gnocchi? Eh? Vuoi tenere un fornello acceso mezz’ora per lessare una patata? E al pianeta non ci pensi?
ma gli gnocchi alla sorrentina….
ma ta gazzu sorrentina, e dove lo trovi il basilico, ah? AH?

Ma poi, il mio cervellino, ma soprattutto l’ortolano, è giunto in mio soccorso, come un cavaliere medioevale in luccicante armatura (alla facciaccia tua, Buccia crudele e sboccata!).
Il mio cervellino mi ha ricordato questa ricetta, che avevo provato con successo la scorsa estate quando mi trovavo nella ridente Isola natìa: un successone.
E poi, lui, l’ortolano salvatore di donzelle in pericolo. Dopo aver fatto la consueta spesa (zucca, altra zucca, oh mi dia anche un po’ di quella zucca!), mentre mi accingo a pagare, eccolo lì, vicino alle casse, accoccolato dentro delle vaschette: IL BASILICO. A febbraio. Un miracolo fatto foglie.

L’ortolano ha riso molto della mia strappa storia lacrime (o forse rideva per aver piazzato 30g di basilico a 2€? WHO KNOWS!) e io sono tornata a casa saltellante (e sempre più delirante: “GNOCCHIIII! GNOCCHIIIII! È ARRIVATO IL MOMENTO DEGLI GNOCCHIIIIIIIIII!!!!!”).
Poi però la Buccia crudele e sboccata è tornata all’attacco e mi ha impedito di farli alla sorrentina  (“hai visto la bilancia stamattina? Ecco. C’è bisogno che ti dica dove dovresti ficcartela la mozzarella?”), ma anche così, con il basilico nell’impasto e un poco di ricotta affumicata sono uno spettacolo!

Niente da fare, ‘sti gnocchi saranno anche farlocchi ma sono una figata. Hanno la consistenza degli gnocchi veri, il sapore è un po’ diverso certo, le patate non ci sono, ma non si sporca niente, si fanno in fretta e si lavorano che è una meraviglia.
Se non l’avete ancora fatto, provateli e andate e per tutto il mondo e predicate la ricetta degli gnocchi farlocchi ad ogni creatura; chi ha creduto e li avrà provati, sarà salvato; ma chi non ha creduto, sarà condannato a una cucina smerdeggiata.

Per tre porzioni mini come in foto o due più serie:  
Per gli gnocchi:
180g farina
180ml acqua
Un generoso pizzico di sale
8-10 foglie di basilico

Per condire:
400g pomodori datterini in barattolo (grazie Despar premium)
un cucchiaio d’olio EVO
1 scalogno
Un pizzico di sale
4-6 foglie di basilico
3 cucchiai di ricotta affumicata grattugiata


Gli gnocchi: in un pentolino, meglio se antiaderente, portare a bollore l’acqua con il sale. Versarci la farina tutta insieme, abbassare il fuoco e mescolare subito e vigorosamente con un cucchiaio di legno. Non appena il composto forma una palla (non preoccupatevi se è un po’ grumosa), spegnere il fuoco e ribaltare il composto sulla spianatoia (non infarinata) e impastare rapidamente (siete liberi di imprecare un po’, l’impasto è molto caldo, sarete scusati), finché il composto sarà liscio e omogeneo.
Formare una palla con l’impasto e farla riposare sotto una ciotola capovolta per una ventina di minuti.
Lavare e asciugare il basilico e tritarlo finemente.
Asciugare eventuale condensa che si è formata sulla spianatoia e riprendere l’impasto: appiattirilo un po’ e mettere al centro il basilico, quindi lavorare bene perché si distribuisca uniformemente. Staccare dei pezzi dall’impasto, formare dei filoncini spessi come un mignolo e tagliarli in pezzetti di circa 1cm e ½ (la mia spianatoia è centimetrata, quindi io li faccio VERAMENTE di 1,5cm. Avete ancora dubbi sul fatto che deliri?). 

Dare la classica forma di gnocco rotolando i pezzetti su uno riga gnocchi o sul ventre di una forchetta.
Lasciare gli gnocchetti ad asciugare sulla spianatoia e nel frattempo preparare il sugo.

Il sugo: in un pentolino versare l’olio e lo scalogno tritato. Mettere sul fuoco piccolino, a minimo, col coperchio, e far stufare dolcemente per 5’. Schiacciare i datterini con un mestolo di legno e aggiungerli nella pentola. Coprire e far sobbollire piano piano per una mezzoretta. Spegnere e aggiungere il basilico spezzettato.

Here we go: lessare gli gnocchi in abbondante acqua salata, scolarli non appena vengono a galla e saltarli qualche istante nel sugo. Impiattare e servire con una grattata di ricotta affumicata e qualche foglia di basilico.

venerdì 6 febbraio 2015

Zuppa di zucca, castagne e porcini [con valori nutrizionali!]


Ci sono giorni in cui la forza non scorre affatto potente in me. 
Giorni in cui chissà perché in quel reparto il tirocinio si inizia prestissimo, e io scopro che le 6 non è solo l’ora perfetta per un taglio, ma è anche l’ora (decisamente inadeguata) per una colazione ancor più bradipesca e yaaaaaawwwwnnn del solito. Giorni in cui gli dei mi odiano, ma soprattutto il dio pluvio che ci gode tantissimo a vedermi scapicollare in bicicletta mentre scopro che è inutile avere la mantellina se subisci il fascino magnetico delle pozzanghere: grandi o piccole, limpide o fangose, io, è evidente, non so resistervi.

In giorni come questi, quando diciamocelo, le soddisfazioni della vita non sono esattamente abbondanti, non resta che consolarsi, scaldarsi, illuminarsi e tornare felici con una zuppa.
Se poi la zuppa è quella di oggi, così buona, così saporita, così “mmmmhhhh mò te magno tutta!” anche dover raccattare monetine dal fondo dello zaino per andare a comprare un cucchiaio (che figurati tra una yaaaaaawwwwn e l’altro mi son ricordata di prenderlo) non vi farà tirar giù porchi ma solo acciderboline.
Questa, ve lo dico, entra dritta per dritta nel podio delle best soups EVER.  


Per 3-4 persone:
1 fetta di pancetta[1]
1 cipolla rossa, pelata
½ kg zucca delica o mantovana[2]
1     rametti di rosmarino
25g porcini secchi
200g caldarroste o castagne lesse già pronte[3]
½ peperoncino
600ml brodo di pollo o brodo vegetale
3-4 fette di pane casareccio
Un mazzetto di salvia
Sale & pepe
2 cucchiai d’olio EVO + 1 cucchiaio per il pane

Tritare grossolanamente la pancetta e la cipolla in pezzi di circa 1cm;
sbucciare la zucca, privarla dei semi e dei filamenti e tagliarla a cubetti di circa 1cm;
tritare finemente gli aghetti del rosmarino, dopo aver eliminato il rametto facendogli il contropelo (a lui non piacerà, ma a me si!);
mettere a bagno i porcini in una tazza di acqua ben calda, quando saranno morbidi (minimo sindacale 15’), scolarli (tenere da parte il liquido) e tritarli grossolanamente.
Mettere la pancetta in una casseruola insieme all’olio, su fuoco alto. Dopo circa 1’, quando la pancetta inizierà a dorarsi, aggiungere il rosmarino, le castagne sbriciolate grossolanamente con le mani e il peperoncino. Proseguire la cottura, mescolando frequentemente, per circa 3-4’.
Aggiungere i funghi, la cipolla e la zucca.  Proseguire la cottura, mescolando frequentemente, per circa 10’, quindi aggiungere circa metà dell’acqua dei funghi e il brodo. Portare a bollore, spostare sul fuoco più piccolo, e far sobbollire per circa 40’.
Nel frattempo condire il pane con un filo d’olio, sale e pepe, strofinarci sopra la salvia e lasciarla sopra, quindi far dorare in forno caldo per qualche minuto.
Assaggiare la zuppa, regolare di sale e pepe e servire con il pane. 
Attenzione: crea dipendenza.

Valori nutrizionali per porzione: 


Ricetta tratta da "Jamie's Great Britain" di Jamie Oliver




Note:
[1] Io l’ho fatta sia con che senza: non voglio mentire, con è più buona, ma senza dà comunque grandi soddisfazioni e meno sensi di colpa :P
[2] Jamie consiglia la butternut, ma secondo me solo perché negli UK non ci sono la delica e la mantovana :P
[3] Io purtroppo ho scoperto questa meraviglia solo quando il tempo delle castagne era finito, ho usato quelle in pacchetto della noberasco: è fantasmagorica così, non oso immaginare con le caldarroste *.*

La ricetta originale prevede anche una manciatina di riso o orzo perlato (da aggiungersi insieme alle cipolle e alla zucca), ma io di solito, dato che la faccio per poi mangiarla il giorno dopo in università, non ce lo metto che se no si gonfia tutto e mi viene una sbobba e vi dirò, mi piace persino di più senza, è ancor più un concentrato di sapori!

lunedì 12 gennaio 2015

Veggie burger tex mex


Da carnivora convinta, se c’è una roba che non mi è mai piaciuta è l’hamburger.
Niente, proprio non mi prendono, ho anche provato quelli fescion, da ristorantino pseudo americaneggiante in centro, 100% Fassona piemontese con cipolle caramellate e mignolo all’insù. Niente, non fanno per me.
In compenso ho scoperto che ADORO i burger vegetariani!
Non sono solo buoni, non solo si possono fare in fantatrilioni di versioni, ma hanno quel fascino intramontabile del pranzo del viaggiatore.
E non perché si possono annoverare tra i “cibi da passeggio”, bensì perché sono così economici, così gustosi, così svuotadispensa, che permettono anche alla più squattrinata delle studentesse di farsi degli ottimi pranzetti e di dirottare tutti i soldi della spesa nel fondo speciale viaggetti :P
Come può una studentella andare in Galles e vedere il faro più bello ever?
grazie agli hamburger vegetariani!
Come può una studentella fare un bellissimo weekend a venezia?
grazie agli hamburger vegetariani! (ma anche grazie alle mirabolanti offerte last minute, diamo a booking.com ciò che è di booking.com)!
Ed eccoli qui, i primi di una lunga serie di veggie burger che continuano a spopolare nella mia cucina da qualche mese, direttamente da un bel libretto di cucina vegetariana, new entry nella mia libreria :)
Un'unica precisazione: non pensate di lesinare sulla salsina, niente “maccheppalle”, niente “ma secondo me va bene anche senza” perché è un altro pianeta! ;)

Per 4 burger seri o 6 da femminuccia:
250g fagioli cannellini lessati
250g fagioli rossi messicani lessati
60g pangrattato
1 albume
3 cucchiai di coriandolo fresco tritato
2 peperoncini freschi tritati
1 spicchio d’aglio tritato

Per la salsa allo yogurt:
150g yogurt bianco
1 lime
1 cucchiaio di coriandolo fresco tritato
1 cucchiaio di menta fresca tritata
Olio EVO
Sale & pepe

Per la printanière di pomodori:
3 pomodori s. marzano maturi
½ cipolla di Tropea
½ peperoncino fresco tritato
Sale
Aceto di vino rosso

Per servire:
Pane integrale di segale
Una manciata di valeriana


I burger: tritare grossolanamente i fagioli nel mixer. Versare i fagioli insieme ai restanti ingredienti in una ciotola e mescolare il tutto. Formare i burgers aiutandosi con un coppapasta e sistemarli in un contenitore a chiusura ermetica, intervallati da fogli di carta forno. Far riposare in frigo per minimo 20’.

La salsa allo yogurt: mescolare lo yogurt con la scorza grattugiata e il succo del lime, il coriandolo, la menta e un filo d’olio EVO. Regolare di sale e pepe.

La printanière di pomodori: tagliare i pomodori a cubetti di ½ cm (alla printanière appunto: e mignoli in su!). Affettare finemente la cipolla e metterla a bagno nell’aceto per 5’, scolarla e aggiungerla ai pomodori. Condire con un pizzico di sale e il peperoncino fresco tritato.

Here we go: scaldare per bene una griglia di ghisa. Ungere leggermente d’olio i burger su entrambi i lati (così il calore si diffonde più uniformemente e la cottura risulta più omogenea) e grigliarli 3’ per lato. Servire i burger al piatto, accompagnati dalla salsa, insieme alla printanière di pomodori e a una manciata di valeriana (io non l’avevo, ma anche l’avocado ci sta benone!), oppure se preferite la paninazzo version:
tostare le fette di pane, e poi mettere l’insalata, il burger e abbondante salsa, e la printanière.
E gnammy!
Ricetta tratta da "Piatti Vegetariani" di Carla Bardi

martedì 28 ottobre 2014

I gamberoni arrosto di zio Br1


Qualche settimana fa presa da una sana voglia di gitarella fuori porta, ma anche vittima di un’insana mania per gli acquisti scellerati su Groupon, mi sono ritrovata a gironzolare per Trieste.
Dopo aver espletato la questione Groupon e dopo un buon capo in B di rito (ma anche di sopravvivenza, perché se nei giorni feriali per tirarmi giù dal letto ci vogliono le bombe, nel weekend alle 6 sono in piedi e volendo alle 7,30 sono in treno, ovvio), gustato col borino che mi scompiglia i capelli e l’impulso irrefrenabile di scialacquare tutti i risparmi racimolati durante la clausura forzata da esami che mi scompiglia le budella, mi lancio nello shopping sfrenato.
Uno shopping degno di Nonna Papera, chiaro.
Dopo aver spulciato e svaligiato tutte le mercerie possibili e immaginabili facendo incetta di nastrini, stoffe colorate e juta (“OMMIODDIO ma quando è rustica e country e adorabile per fare i cappellini ai vasetti di marmellata?!”), dopo aver ripreso le forze in libreria sfogliando, leggiucchiando (e scialacquando), mi si para davanti un negozio con una parete intera coperta di stampi per biscotti. 
Passeggio avanti e indietro per la via, ma alla fine mi arrendo: chi sono io per resistere a cotanta abbondanza?
Carica di buste piene di ogni bendiddio, mi avvio verso la stazione e tò, c’è anche un carinissimo e piccinino mercato.
Massì, facciamo un giretto che sono in anticipo. Verdure fresche, frutta, prodotti locali.
Resisto ai formaggi, resisto al terrano e alla vitovska, e quando sembra che il pericolo “arrivare in treno carica e stanca come neanche un profugo” sia sventato, eccolo, il banco del pesce.
Dei gamberoni rossi fantastici a un super prezzo che ormai il mercato sta chiudendo e devono vendere gli ultimi.
Dei gattucci di mare freschissimi, che a duddine mai una volta che li abbia visti.
È finita, anzi finida. Anzi finidi, i miei soldi, ovviamente. 
Senza alcuna vergogna salgo sul treno con la mia nuvola di dubbi e di bellezza, ma soprattutto con la mia nuvola di odore di pesce.



E arrivata a casa ci provo a dire “stavolta i gamberoni li faccio all’orientale” “stavolta sperimento” “stavolta daghe di zenzero”, ma alla fine non c’è storia.
I gamberoni di zio Br1 sono LEGGENDA.
Mi ricordo, da bambina, ai pranzi di famiglia, che zio ne preparava in quantità importanti, e non so più se erano davvero delle teglie enormi o se il ricordo è magnificato dall’astinenza.
E c’era un profumo inebriante, e c’erano mucchi di gusci e carapaci e montagne di tovaglioli sporchi, e c’erano tante manine sporche di altrettanti cuginetti con sorrisi felici e io che con tutta quella foga mi trovavo sempre qualche antenna in faccia e qualche antenna tra i denti e qualche antenna tra i capelli (questo dettaglio, sfortunatamente per il mio bon ton sono certa che non sia affatto magnificato :D).

Per due:
10-12 gamberoni

Per il condimento:
4 cucchiai d’olio EVO di quello bbbbono
2 cucchiai di succo di limone
2 cucchiai di abba ardenti (acqua vite per i diversamente isolani)
1 cucchiaio d’acqua
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
1 spicchio d’aglio tritato
Sale & pepe



Versare tutti gli ingredienti per il condimento in un vasetto, chiuderlo bene e shakerare come se non ci fosse un domani.
Sciacquare i gamberoni sotto l’acqua corrente e disporli in una teglia senza sovrapporli. Cuocerli in forno caldo a 200°C per 10’, giusto il tempo di cambiare colore.


Versare subito il condimento sui gamberoni e coprire con un foglio di alluminio. Far riposare nel forno spento e con lo sportello leggermente aperto (devono stare al caldo, ma senza continuare a cuocersi) per 10’ e servire.


Vietato usare le posate. E, almeno per quanto mi riguarda, obbligatorio succhiare le teste con una gioia un po’ malvagia negli occhi. 

domenica 8 giugno 2014

The ultimate (polka dots ♥ ) pancakes! [con valori nutrizionali]


Avete presente quelle giornate un po’ così, quelle giornate che ti svegli convinta di avere di nuovo un micio, e dopo 5 minuti realizzi che era solo un sogno. 
  Quelle giornate che più triste che essere una gattara a 24 anni è solo essere una gattara mancata a 24 anni.
Quelle giornate che fuori c’è il sole ma dentro casa regna il buio perché tutte le finestre sono bloccate da dei ponteggi (e ti poni degli interrogativi profondi tipo macheminchia staranno mai facendo);
  Quelle giornate che l’unica stanza non oscurata della casa è il bagno e l’umore è quello giusto per autoinfliggersi un po’ di sofferenza in strappi, finché mentre sei lì che cerchi di dare una mano all’ evoluzione e passare da Australopithecus pelosus a Donna sapiens ecco che un giovanotto baldanzoso ti fa cucù da un ponteggio è l’unica cosa che si strappa è la tua dignità;
  Quelle giornate che tiriamoci su il morale con un po’ di musica! “Anche oggi è domenica / Tutta d’oro / La gente luccica / Mentre osserva le anatre / Inventandosi la felicità / La sorvolo e capisco / Che maledice la mia diversità / Ma nel parco ci abito / È la vita mia / Esser simbolo di paura e di morte / Sono tenebre i miei abiti / I bambini sorridono / mamma, guardalo, che bestiaccia è?“  
Quelle giornate che “oh! Ma ora che ci penso non ho ancora visto com’è finita quella serie tv simpatica, vedrai che un sorriso ci scappa..!” e invece a scapparmi è solo una citazione di Martellone di Boris (per rispetto dei non adepti alla religione della parolaccia -di cui sono una fiera adepta-, mi limiterò a citare “sceneggiatore cane che rubi il lavoro a quelli bravi!” ma devo dire che l’ho sciorinata quasi tutta a memoria, e questo in effetti si, l’umore un po’ me l’ha migliorato).
  Quelle giornate un po’ così, in cui neanche la pet therapy può salvarti, chè tra la tua faccia e i loro tartufi c’è il Tirreno.

 Ecco, per quelle giornate c’è solo una cura.
La Sorellina.
2 ore, 37 minuti e 17 secondi di pura foffosità via etere (che “tanto mamma ha i minuti gratis” (!!!)).
Due paia di orecchie sciolte, due ugole affaticate, un soffocamento sfiorato (ciliegie e risate: un mix potenzialmente mortale), e “ma la pubblichi la ricetta dei pancake?!”
Ma io dico, ma come si fa a dire di no a quella vocina?!

Questi sono i pancake della mia sorellina, che poi sono i pancake alla ricotta di Nigella.
Io però li ho resi a pois, che i pois rendono migliore ogni cosa, e ho aggiunto la vaniglia e la scorza di limone (ma c’è qualche cosa dove non aggiungerei scorza di limone?) :)
Sono STRABUONI, soffici e profumati, leggerissimi (io associo Nigella a parole come “diabete”, “zucchero o morte”, ma alle volte anche lei mi stupisce!), si possono congelare e scongelare all’occorrenza e con un po’ di frutta e dello sciroppo d’acero vi viene fuori una popò di colazione :)



Per 16 pancakes[1] :
250g ricotta[2]
125ml latte parzialmente scremato
100g farina
2 uova
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
La scorza grattugiata di mezzo limone
½ cucchiaio di semi di papavero

Per servire:
Frutta fresca a piacere (io stavolta fragole e mango, ma anche pesche e albicocche spaccano, e ovviamente idem per  i classici frutti di bosco)
Miele, sciroppo d’acero o sciroppo di miele e limone (shakerando 1 parte di miele e 2 di succo di limone ;) )

Separare i tuorli dagli albumi. Montare a neve ferma gli albumi e tenere da parte.
Lavorare la ricotta con un cucchiaio di legno insieme alla scorza di limone, ai semi di papavero e all’estratto di vaniglia. Aggiungere il latte e i tuorli e mescolare bene. Aggiungere la farina setacciata insieme al lievito e amalgamare il tutto. Unire gli albumi e mescolare il tutto dall’alto verso l’alto, per non far smontare il composto.
Ungere leggermente una padella antiaderente (se avete una padella veramente antiaderente non ce ne sarà bisogno) e farla scaldare bene. Abbassare il fuoco e versare un cucchiaio di impasto, allargarlo con il dorso del cucchiaio in una frittellina di circa 10cm di diametro e far cuocere per circa un minuto, finché i bordi si saranno rappresi e la superficie sarà piena di bollicine, quindi girare il pancake. Cuocere anche sull’altro lato e hop! proseguire fino a esaurimento dell’impasto e servire accompagnato da frutta fresca e un filo di miele, (o sciroppo d’acero o uno sciroppino di miele e limone) e qualche scorzetta di limone :)


Valori nutrizionali per una porzione (2 pancakes):




[1] Secondo Nigella dovrebbero venirne 25, boh!
[2] Io ho usato della ricotta magra e sono venuti daddio. Certo che se avete una ricotta buona di caseificio la risposta giusta è “ricotta magra lo dici a tua sorella!”